Telelavoro: statistiche 2013

Lavorare da casa è vantaggioso sotto molti punti di vista: familiare, personale, sociale, economicamente.
Consente al lavoratore di prendersi cura della famiglia, organizzare il lavoro con chat, mails, videoconferenze senza imbottigliarsi nel traffico; per il datore di lavoro un’ottimizzazione dei costi delle attrezzature e degli immobili.
Insomma, di motivi che giustificano un ampio ricorso a questa modalità di lavoro ce ne sarebbero a milioni.
Eppure, dati alla mano, in Italia, sono occupati con il telelavoro solo una quota compresa fra il 2,3%  (vedi sempre su Dasytec, per il 2012) e il 5% (dati Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano) delle persone che hanno un lavoro.
Decisamente poche.
I motivi sono soprattutto culturali: la nostra classe dirigenziale, infatti, è ancorata a una concezione presenzialistica del lavoratore che esige la fisica presenza dello stesso nell’ufficio.
Si ritiene, cioè, che solo con il cartellino e la stretta sorveglianza del boss, il lavoratore dia il meglio di sé.

Questa situazione, in realtà, cozza con una normativa in materia fra le più complete al mondo, risalente addirittura alla l.191/1998 (c.d. Bassanini ter).

In Europa, l’Italia si pone per ultima come diffusione del telelavoro. Al vertice della classifica, si trova, clamorosamente, la Repubblica Ceca con ben il 15,2%;  seguita, con molta distanza, da Spagna, Lituania, Germania, Slovenia (fra il 6,5-7%) e a seguire le altre Nazioni.


Nel mondo
, si stima che un lavoratore su cinque sia impiegato con un rapporto di telelavoro.
Anche qui, non mancano sorprese: soprattutto nelle economie emergenti ci sono massicce percentuali di teleworkings.
In India il 50%,
 in Indonesia il 34%, Messico, Argentina e Sud Africa con il 30% circa.
Dati che fanno riflettere: se le new economy ricorrono massicciamente a questo contratto, è allora effettivamente vantaggioso per il mercato.

In un momento di crisi, come quello attuale, allora non resta che auspicare che molte imprese nazionali accolgano e promuovano questo strumento da cui non può che trarsi beneficio: nel breve periodo per cercare di uscire da questo empasse;  e, nel lungo periodo, per un lavoro più “a misura d’uomo”.

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